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Domenica 21 giugno 2008 Bazzano (BO)
   
   
 
Bazzano
 

Grazie alla vicinanza del torrente Samoggia, il territorio di Bazzano conobbe i primi insediamenti umani in epoca remotissima, come testimoniano i reperti preistorici conservati nel museo Crespellani.

E’ altresì riccamente attestata la presenza etrusca, nonché un fitto popolamento rurale in epoca romana.

A tale epoca risale anche probabilmente il nome del paese, infatti l’origine del suo toponimo è di chiara derivazione latina. Tale derivazione potrebbe provenire dal nome di famiglia Badius, ma è molto accreditata anche l’ipotesi di derivazione dal termine badianum ovvero “dominio di un’abbazia”. Ed infatti Bazzano fu a lungo assoggettato all’Abbazia di Nonantola (Mo).

Per la sua posizione strategica, ai confini tra due province e ai piedi delle colline bolognesi, la zona necessitò ben presto di fortificazioni, tanto che già nel basso medioevo il luogo era identificato come castrum.

A tale castello Bazzano legò le sue sorti per lungo tempo.

Le origini della Rocca di Bazzano, a dispetto della leggenda che la vuole costruita da Matilde di Canossa, risalgono ad una data incerta ma sicuramente anteriore al Mille, nel periodo in cui in tutta l’area padana sorgevano castella o castra in difesa delle invasioni barbariche.

Nel 1038 il Vescovo di Modena Guiberto concede in enfiteusi il castello e la chiesa di Santo Stefano al Marchese Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, la quale lo riceverà in eredità all’età di nove anni. Morta Matilde senza eredi, il castello torna a Modena.

Nel corso del Duecento, tra gli eventi più significativi che riguardarono la Rocca, vi sono l’espugnazione e la sua successiva distruzione, avvenuta nel 1247 ad opera delle truppe bolognesi.

Tra il 1296 e il 1311 la fortezza fu ricostruita da Azzo VIII d’Este.

L’attuale aspetto della Rocca si deve tuttavia ad una fase successiva, quando tra il 1473 e il 1490 Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, fece ricostruire interamentel’edificio trasformandolo in residenza signorile di campagna.

Superato il periodo delle guerre locali tra i comuni di Modena eBologna, Bazzano si aprì ad una certa ripresa economica, godendo soprattutto della posizione di “frontiera” tra lo stato pontificio e il ducato estense.

Il borgo stretto attorno alla Rocca si allargò quindi gradatamente all’area pianeggiante dove ora si trova la piazza del paese e le principali vie del centro, potendo approfittare di più duraturi periodi di pace.

A ribadire l’importanza acquisita in questo periodo vi sono due episodi:
uno datato 1573, ovvero la promozione della chiesa parrocchiale di S. Stefano a Pieve grazie all’intervento dell’Arcivescovo di Bologna, cardinale Paleotti. A questa vennero di conseguenza assoggettate le parrocchie limitrofe di Oliveto, Crespellano, Pragatto, Monte Maggiore e Montebudello.
L’altro risale al 1574 e riguarda il trasferimento del mercato settimanale da Monteveglio a Bazzano, decretando definitivamente la centralità di Bazzano.
La Rocca fu scelta come sede del Capitanato della Montagna, confermando il ruolo centrale di Bazzano per l’area occidentale della collina bolognese.

Il paese divenne così in breve tempo un importante polo artigianale e di servizi ed in seguito centro urbano.

All’epoca dell’Unità nazionale il comune contava poco più di tremila abitanti ed era basato su un’economia locale sostanzialmente povera. Ciononostante l’organizzazione di un nascente settore industriale e la presenza di una classe borghese legata alle professioni, furono le condizioni di partenza per un’imminente fioritura economica.

Dopo l’Unità fu la classe dei professionisti, subentrata a quella dei proprietari agrari nella conduzione dell’amministrazione locale, a dare il primo impulso per il risanamento del centro urbano. Contemporaneamente nascevano a Bazzano le prime industrie, mentre venivano creati migliori collegamenti stradali e ferroviari.

E’ delle giunte socialiste del primo Novecento la costruzione del quartiere “Campo de’ Fiori” all’estremità est dell’abitato.

Dopo la II guerra mondiale, Bazzano ha beneficiato della grande ripresa economica e ha conosciuto una crescita della popolazione piuttosto rilevante, anche se priva di brusche impennate.

LA ROCCA DEI BENTIVOGLIO
La data di fondazione dell’edificio non è nota , benché le sue origini siano da rintracciare all’epoca dell’incastellamento nella nostra regione.
Nell’871 per la prima volta viene menzionata una località chiamata Bazzano che, con la “terra di santo Stefano” – l’attuale chiesa parrocchiale – era di pertinenza dell’Abbazia di Nonantola. Sicuramente sull’altura bazzanese esisteva già un castrum, forse non ancora un castello, ma un edificio probabilmente fortificato con strutture leggere, come una semplice palizzata. Il castrum viene menzionato nel 1038, quando il vescovo di Modena lo concesse in enfiteusi - insieme con la curtis di Bazzano - a Bonifacio di Canossa, padre della celeberrima Matilde, che lo ereditò a sua volta, fino alla sua morte nel 1115.
Nel 1180 Bazzano era già comune rurale ed i suoi consoli – sottomessi al comune di Modena - si impegnarono ad edificare due torri all’interno del castello. Passato nel 1204 con un lodo del Podestà di Bologna al contado bolognese, Bazzano divenne oggetto di contrasto tra i due comuni. Dopo il fallimento di un primo assedio al castello nel 1228, i Bolognesi tentarono nuovamente di espugnarlo nel 1247, questa volta con successo. In tale occasione venne spogliata anche la chiesa di Santo Stefano. Nel 1250 il castello, dopo essere stato svuotato dai suoi abitanti, venne raso al suolo come punizione esemplare per gli oppositori di Bologna.
Parte della struttura attualmente esistente (la torre e l’adiacente palazzo) risale alla fine del ‘200, quando il marchese Azzo VIII d’Este, allora in conflitto con Bologna, lo fece riedificare. I Bolognesi, preso nuovamente possesso di Bazzano, questa volta non distrussero il castello ma lo rafforzarono. Al 1304 risale il termine dei lavori per le mura perimetrali e nel 1310, oltre alla torre – affacciata sul cortile – vennero edificati due casseri, uno dei quali è l’attuale Torre dell’Orologio.

Alla metà del ‘400, le nuove tecniche di assedio e soprattutto l’utilizzo delle armi da fuoco resero obsolete strutture come la Rocca di Bazzano, che andò incontro ad un rapido decadimento. Fu allora - nel 1473 - che, per decisione dei Sedici Riformatori dello stato bolognese, l’edificio venne donato a Giovanni II Bentivoglio, signore della città fino al 1506.
A quest’epoca risale l’aspetto attuale della Rocca, che venne trasformata in elegante “delizia”, cioè residenza signorile e luogo di svago in campagna. Al corpo trecentesco vennero aggiunte tre ali a creare un cortile interno. La facciata del castello venne ingentilita da affreschi ora non più conservati, mentre è ancora in più punti visibile la struttura muraria costituita da filari alternati di ciottoli e mattoni. Anche i merli a coda di rondine, posti al disotto della copertura, costituirono un richiamo alla passata funzione di fortezza del palatium.

Meglio conservate risultano invece le pitture parietali delle sale, che recenti restauri hanno recuperato sotto gli intonaci moderni. Esse costituiscono un’importante testimonianza della temperie artistica e culturale bolognese di epoca bentivolesca, sopravvissuta alle distruzioni ad opera della furia popolare seguite alla cacciata dei Bentivoglio nel 1506.

A piano terra, nelle due sale dell'edificio trecenteco si possono ammirare alcuni stemmi a tempera: sulle pareti campeggia l’arma bentivolesca (la sega rossa a sette denti) entro una cornice vegetale affiancata dalla sigla formata dalle iniziali di Giovanni II Bentivoglio Ms Zo (= Messer Zoano), mentre sulle volte sono dipinti uniti gli emblemi della famiglia Bentivoglio e quelli della famiglia Sforza di Milano (in un caso le onde azzurre e bianche e nell’altro il drago con un uomo in bocca). Giovanni II Bentivoglio infatti aveva sposato Ginevra Sforza, nipote di Ludovico il Moro, signore di Milano ed illustre alleato dei Bentivoglio nelle incerte vicende delle signorie italiane.

La Sala dei Giganti, la maggiore fra le sale della Rocca, è posta al primo piano e le sue pareti ne testimoniano la lunga e movimentata storia.
Le originali pitture tardoquattrocentesche presentano una partitura architettonica a colonne con bassorilievi di stile classico entro la quale sono inquadrati paesaggi e grandi figure di personaggi armati. I paesaggi, più che vedute immaginarie, potrebbero essere rappresentazioni di altri castelli e possedimenti dei Bentivoglio, poiché in quel periodo usava mostrare i propri possedimenti terrieri tramite vedute pittoriche sulle pareti delle sale di rappresentanza delle dimore signorili. Le figure armate testimoniano, in alcuni particolari, “ripensamenti” e correzioni dei soggetti che devono essere state effettuate nel giro di pochi anni (uno dei Giganti ha infatti tre gambe e tutti hanno due scudi, con insegne leggermente diverse, che comunque non dovevano essere visibili contemporaneamente).

A queste pitture si sovrappongono almeno altri due differenti strati di intonaco novecentesco, l’uno con un centauro meccanico in stile futurista tracciato con grande maestria ma con semplice carboncino nero, e l’altro con vessilli militari fascisti in oro e blu di Prussia.

La Sala del Camino, come le altre sale decorate, ha invece una decorazione che crea un effetto “a tappezzeria” con i motivi che continuano anche a cavallo degli spigoli senza interruzione. Qui il motivo decorativo ripetuto, intercalato dalle solite iniziali di Giovanni II Bentivoglio, è costituito dall’arma bentivolesca inquartata con l’ondato azzurro degli Sforza e racchiusa da una collana di perle entro una cornice quadrilobata a nastro.

La stessa decorazione è ripresa nell’attigua Sala del Pozzo Casini del museo, dove però le pareti sono state quasi completamente ridipinte dai restauratori intervenuti nella Rocca negli anni Trenta del nostro secolo, i quali hanno cercato di restituire l’originale policromia anche al soffitto ligneo.

Procedendo sul ballatoio esterno, dopo il Museo, si accede alle due ultime sale dipinte: la Sala dei Ghepardi e la Sala delle Ghirlande. La prima è decorata dal motivo a tappezzeria del ghepardo, entro una cornice di melograni, che regge un cartiglio con il motto per amore tuto ben volgo soferire, riferito alle millantate origini del capostipite dei Bentivoglio. La leggensa vuole infatti che fosse figlio illegittimo di Re Enzo, prigioniero a Bologna che, alla sua vista, proferì la frase "ben ti voglio".
Nella Sala delle Ghirlande, le pareti presentano lo stemma dei Bentivoglio inquartato con quello primitivo degli Sforza, entro losanghe di rami di ginepro intrecciati. Ginevra era figlia di Alessandro Sforza signore di Pesaro, fratello di Francesco signore di Cotignola. A richiamare tale parentela è il leone rampante in oro su fondo blu, che regge tra le zampe un ramo di mele cotogne. In questa sala, sotto al coronamento a cornice delle pareti, le iniziali di Giovanni Bentivoglio si alternano a quelle MA ZA (Madonna Zinevra) dell’amata moglie Ginevra Sforza dalla quale Giovanni ebbe undici figli.

Nella Cantina è oggi allestito il Punto Informativo dei Prodotti della Strada dei Vini e dei Sapori “Città Castelli Ciliegi”.

La Rocca divenne successivamente sede del Capitanato della Montagna (notevoli i documenti dell’Archivio dei Capitani e dei Vicari, conservati in Comune) e, nei secoli seguenti, ospitò nei suoi ambienti le più svariate funzioni, da carcere (dove fu rinchiuso nel giugno del 1799 il poeta Ugo Foscolo) a caserma, da scuola ad abitazioni private.
IL MUSEO CIVICO ARCHELOGICO "A. CRESPELLANI"
Il Museo nacque nel 1873, grazie all’attività di un gruppo di illustri cittadini bazzanesi e non solo, membri della “Società per scavi archeologici a scopo scientifico”, che vide tra i suoi esponenti più famosi l’archeologo modenese Arsenio Crespellani e Tommaso Casini, in seguito studioso di letteratura e storia medioevale. I materiali che allora costituirono il nucleo principale dell’esposizione provenivano da due pozzi - il Pozzo Casini di Bazzano e il Pozzo Sgolfo da Castello di Serravalle – e ad essi presto si aggiunsero i reperti villanoviani dal sepolcreto di Fornaci Minelli e i manufatti in selce dal podere Bellaria.
Il percorso espositivo si apre con la sezione pre-protostorica (prima sala). All’ingresso del Museo è conservata una rondella di quercia fossile proveniente dalla Cava Olmi di Calderara di Reno (Bo), databile tra 6350 e 6150 anni fa, che ha contribuito alla ricostruzione paleoambientale del territorio in epoca neolitica. Nella prima vetrina sono conservati i materiali in selce e ftanite provenienti dalle raccolte ottocentesche nei poderi Bellaria e Livello Masini, posti 2 km a Sud di Bazzano. Si tratta di strumenti e scarti di lavorazione che risalgono al Paleolitico Inferiore (ca. 200.000 b.p. = bifore present); Superiore (35.000-20.000 b.p.), al Mesolitico (10000-6500 b.p.) e in maggior numero al Neolitico (VII millennio b.p.).
Quattro vetrine espongono i materiali rinvenuti - sia negli scavi ottocenteschi, sia nei saggi degli anni ’50 del Novecento - nel villaggio dell’Età del Bronzo, posto sull’altura della Rocca. I reperti ceramici e faunistici sono databili alla Media Età del Bronzo (1550 - 1340/30 a.C.) e al Bronzo Recente (1330-1170 a.C.) e consentono di ricostruire le attività economiche legate all’allevamento, alla caccia e all’agricoltura della comunità bazzanese.
All’età del Ferro, in particolare alle fasi villanoviana ed orientalizzante, sono dedicate due vetrine che ospitano parte dei corredi funebri – prevalentemente ornamenti in bronzo - dal sepolcreto di Fornaci Minelli. Tali reperti si datano all’VIII – VII sec. a.C., quando Bazzano diviene un importante centro di controllo del territorio – facente capo alla città di Felsina - posto sull’itinerario pedemontano che conduceva in Emilia Occidentale e a controllo della valle del Samoggia. Al VI-V sec.a.C. risalgono il corredo di una tomba a dolio ed altri frammenti di vasellame provenienti da Zola Predosa loc. Pilastrino e Cà Rossa:.

La seconda sala ospita alcuni materiali di epoca romana provenienti dal territorio (ceramiche, monete, oggetti in bronzo e vetro) e un consistente nucleo di oggetti dal Pozzo Sgolfo, rinvenuto nel comune di Castello di Serravalle nel 1841. Il pozzo Sgolfo rientra nella categoria dei pozzi-deposito, strutture di epoca romana riutilizzate tra la metà del VI e quella del VII secolo d.C. come nascondigli in occasione di incursioni di barbari nel territorio. Dal pozzo provengono soprattutto brocche in ceramica, una quindicina di vasi in bronzo - brocche decorate e pentole – e, tra gli altri oggetti, un cesto in corteccia di salice e frammenti di contenitori in pietra ollare. Il materiale è databile dal I sec. d.C. fino al Medioevo, rendendo così ardua una precisa datazione dell’occultamento dei materiali.

Nella terza ed ultima sala sono esposti altri reperti di epoca romana dal territorio di Bazzano: i materiali da costruzione in laterizio per muri, colonne e pavimenti, una macina in pietra e una testa di divinità in marmo greco, identificata con Artemide o Afrodite, datata al II sec.d.C.
Le vetrine centrali ospitano gli oggetti del ben noto Pozzo Casini, scavato nel 1873. Questo pozzo-deposito bazzanese, anch’esso databile tra VI e VII secolo, offre ai visitatori un raro spaccato della vita quotidiana di una comunità rurale tardoantica. Sono infatti ben conservati anche gli strumenti da lavoro, i pesi e le misure, reperti vegetali e faunistici, insieme con le numerosissime ceramiche e i vasi in bronzo. Ed è proprio dal fondo del pozzo che provengono due pregevolissime brocche in bronzo.
- Quella da vino, alta e slanciata, decorata a sbalzo, è caratterizzata da un’ansa decorata a giorno con fiori, uccelli e foglie. Alla base, sotto un tempietto, campeggia la figurina di Bacco nudo con una coppa nella mano alzata, un capretto ai piedi e al disotto un piccolo satiro.
- La brocca per l’acqua, dalla larga imboccatura, alla base dell’ansa presenta una scena di sacrificio rustico. Un uomo regge tra le ginocchia un maialino ed una donna si piega in avanti per raccogliere il sangue dell’animale sgozzato in un bacile.

L’esposizione si conclude con alcuni materiali medievali e rinascimentali, databili tra XIV e XVII secolo, provenienti in gran parte dalla zona del fossato – ora non più visibile - della Rocca. Il nucleo più consistente è costituito dalle ceramiche da mensa invetriate, graffite e dalle maioliche. Di notevole interesse anche i vetri e i materiali metallici.

Nella Sala dei Ghepardi è attualmente ospitata la sezione di storia moderna, che raccoglie armi e divise donate dalla comunità bazzanese, risalenti al periodo risorgimentale e alla Seconda Guerra Mondiale.

Fondamentale complemento del Museo sono le aule didattiche , attualmente ospitate al piano terreno della Rocca, nell’edificio trecentesco, dove si svolgono percorsi archeologici con attività di laboratorio per le scolaresche dalla scuola materna alle scuole medie.
TRADIZIONI E MENIFESTAZIONI

Simbolo di Bazzano è il melograno, riprodotto sullo stemma comunale.


Tra i più begli esempi di pianta di melograno si possono ricordare quello a fianco del pozzo del Castellaccio e quello piantato nel 2000 (a ricordo dell’”albero della libertà” eretto secondo l’uso rivoluzionario nel 1797) presso la statua della Giuditta.



Patrono del paese è Santo Stefano (26 dicembre). Recentemente è stato altresì nominato patrono civico San Giuseppe, da sempre venerato nell’omonima, antica contrada con la tradizionale festa del 19 marzo, quando vengono accesi ceri al pilastrino del Santo e offerti dolci e bevande a “parenti ed amici, conoscenti e capitati”; le vie sono decorate con festoni e “zendali”, mentre tutti i bambini portano in mano i caratteristici “bastoni fioriti di San Giuseppe”, che a sera vengono poi bruciati in un grande falò.

Tradizionale manifestazione è l’Autunno Bazzanese, che si svolge nella prima parte di settembre e prevede appuntamenti gastronomici, concerti, spettacoli ed eventi culturali che si chiudono la terza domenica del mese. E’ organizzato dalla Pro Loco di Bazzano con la collaborazione del Comune e di varie associazioni locali.

Il mercato settimanale del sabato si svolge ininterrottamente a Bazzano dal 1576, da quando fu spostato dalla vicina Monteveglio. È uno dei maggiori della provincia, un tempo celebre in particolare per la vendita degli animali da cortile e della corda, che a Bazzano aveva un grande centro di produzione, oltre che dell’abbigliamento. Gli attuali 125 posteggi sono dislocati in piazza Garibaldi e nelle vie adiacenti.


Bazzano possiede una propria maschera carnevalesca:

Barbazècch dla Cà di Zoca.

Personaggio tratto dalla Flépa, notissima commedia dialettale di G. C. Croce, indossa abiti settecenteschi e riveste la parte dell’emigrante ritornato a Bazzano dopo interminabili viaggi e ostentante un’improbabile ricchezza.

Barbazècch (cui era intitolata un’importante associazione ricreativa ottocentesca), ritorna tutti gli anni per la sfilata del Carnevale dei bambini, accompagnato dalla consorte (popolarmente detta la Barbazécca, tradizionalmente la più bella ragazza del paese).

 

Tradizioni religiose ancora vive a Bazzano sono le processioni delle Rogazioni, che si svolgono nel paese e nelle campagne la settimana prima dell’Ascensione (viene portata in processione l’immagine della Madonna della Sabbionara), e quella della Madonna della Pace, che si svolge la terza domenica d’aprile in adempimento di un antico voto. Alla Sabbionara viene anche celebrata la festa della Madonna del Carmine (16 luglio).

Vengono celebrate con particolare cura le ricorrenze civili del 25 aprile e del 4 novembre

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