Le Sale

Posted By Elisa

La mostra è dedicata alle testimonianze archeologiche risalenti all’VIII e VII secolo a.C. che provengono dal territorio ad ovest di Bologna, in particolare dalle valli del Reno, del Samoggia e del Panaro. Dal punto di vista cronologico e culturale, i reperti esposti sono riferibili alla cultura villanoviana, sviluppatasi dal IX secolo a.C. nell’Emilia centro-orientale e nell’Etruria tirrenica e che prende il nome da Villanova di Castenaso, località in cui nell’ottocento furono effettuate le prime importanti scoperte.
Durante il periodo villanoviano si assiste alla formazione e allo sviluppo di Bologna-Felsina, e - a partire dall’VIII secolo a.C. - alla sua espansione territoriale, finalizzata alla conquista di nuove aree per uno sfruttamento delle risorse agricolo-pastorale, e il controllo degli itinerari di transito a scopo commerciale. Direttamente coinvolte in questo processo sono proprio le valli del Reno, del Samoggia e del Panaro, al cui interno sono presenti centri diversi per dimensioni e potenzialità economiche; tra essi spiccano Casalecchio di Reno, Bazzano e Savignano sul Panaro, sorti in posizione strategica allo sbocco dei fiumi in pianura. Erano infatti gli assi fluviali del Reno e del Panaro a consentire il collegamento verso la pianura e il Po e anche l’Etruria tirrenica. La vivacità dei contatti tra Etruria padana e tirrenica è testimoniata dai contesti funerari del territorio di Firenze, Sesto Fiorentino e Prato, esposti nella mostra.
La valle del Samoggia - pur non essendo in diretto contatto con il versante toscano - è ben inserita nella rete di scambi commerciali che caratterizza il territorio, come testimoniano i materiali di pregio deposti nei contesti funerari e la presenza di segnacoli funerari scolpiti, che confermano l’esistenza sul territorio di personaggi di rango elevato, legati all’aristocrazia bolognese.
Gli individui che appartengono a questa élite aristocratica si rappresentano spesso come cavalieri e proprio alla figura del cavaliere etrusco è dedicata la sezione tematica della mostra. Tale figura è ricostruita sulla base dei numerosi reperti che fanno riferimento al possesso del cavallo e del carro, e alla sua esibizione all’interno del corredo funerario. Altrettanto importante è l’analisi della raffigurazione del cavallo, presente nelle tombe di età villanoviana, sia negli oggetti connessi alla bardatura, sia sotto forma di raffigurazioni sui vasi in ceramica, in bronzo o sugli ornamenti, a indicare l’alto rango o il ruolo guerriero del defunto, ma anche come simbolo di importanti momenti a carattere rituale che prevedevano l’uso del carro, come le nozze o il funerale.

Nella prima sala è esposta una selezione dei disegni dell’album Crespellani, ritrovati nel 1983 e acquistati dal Museo Archeologico di Bazzano nel 1986. Queste hanno come oggetto i materiali rinvenuti nella seconda metà dell’Ottocento dall’archeologo modenese Arsenio Crespellani, allora direttore del Museo archeologico di Bazzano. Le tavole dell’album Crespellani riproducono oggetti di diverse epoche storiche tra i quali anche i reperti della necropoli villanoviana di Fornace Minelli di Bazzano, presentati in questa sede.
Anche se i dati emersi dalla ricerca non consentono un riscontro preciso di tutti i reperti disegnati nelle tavole del Museo di Bazzano con quelli della raccolta Crespellani, i disegni permettono, comunque, di aggiungere nuovi dati a quanto già si conosceva di tale raccolta e hanno fornito lo spunto per precisare il contesto di provenienza di alcuni oggetti, quasi sempre assente nelle pubblicazioni del Crespellani.

Nella seconda sala sala sono esposti i reperti provenienti dalla Valle del Samoggia relativi all’ VIII e al VII secolo a.C. La Valle del Samoggia ha rappresentato nell’antichità un polo di forte attrazione per le popolazioni che vi si sono avvicendate, in maniera pressoché ininterrotta dalla preistoria fino all’epoca moderna, attirate dalle condizioni ambientali favorevoli all’insediamento umano. Il popolamento villanoviano del bacino del Samoggia inizia a partire dall’VIII secolo a.C., quando si assiste a una progressiva occupazione della valle. In questa fase hanno origine i primi fenomeni insediativi connessi alla riattivazione della direttrice pedemontana, che, dopo il tracollo del sistema terramaricolo e la conseguente contrazione del popolamento, si riconferma come uno degli itinerari privilegiati del nuovo assetto insediativo della prima età del Ferro. A partire dalla metà del secolo invece, il popolamento assume una fisionomia assai più definita, con la nascita di numerosi insediamenti dislocati su tutto il territorio, dall’alta valle alla bassa pianura. Nel comparto montano i siti sono costituiti da sepolcreti di poche unità situati in posizione di fondovalle, mentre nell’area di alta e bassa pianura il popolamento risulta più diffuso, con insediamenti anche di una certa entità come quelli dei territori di Crespellano o di San Giovanni in Persiceto, ai quali si riferiscono più nuclei sepolcrali.
Dal punto di vista cronologico, la maggior parte dei siti mostra una continuità di frequentazione tra la metà dell’VIII e il VII secolo, sintomatica della vitalità economica e produttiva del territorio, nello stesso periodo in cui Bologna vive quella fase di grande sviluppo che la porterà a diventare la città princeps dell’Etruria padana.
La complessa rete di rapporti che legava il centro di Felsina con il suo territorio occidentale emerge da fattori di carattere topografico, economico e culturale. L’efficienza di questo sistema si realizza grazie a gruppi familiari emergenti, che detengono il controllo del territorio e sovrintendono alla sua organizzazione. Queste famiglie di alto lignaggio manifestano una profonda sintonia con le manifestazioni culturali bolognesi ed esprimono potere e ricchezza adottando lo stesso sistema di segni dell’aristocrazia bolognese: nei corredi infatti sono presenti le produzioni tipiche dell’artigianato bolognese, come vasi gemini e ceramica stampigliata orientalizzante, ma anche gli oggetti di prestigio che simboleggiano il ruolo e il rango del defunto, come morsi da cavallo e bardature equine, coltelli, asce, conocchie, tintinnabuli, per arrivare ai segnacoli funerari scolpiti, che testimoniano in maniera eclatante la profonda consonanza culturale tra il centro egemone e il suo territorio.

Nella terza sala (Sala dei Giganti) sono esposti i materiali provenienti dalle valli del Panaro, del Reno e dalla Toscana. Tra i corsi d’acqua a regime torrentizio che percorrono il settore emiliano occidentale verso il Po, il Panaro è quello lungo il quale si allineano le testimonianze più antiche dell’età del Ferro, databili all’inizio dell’VIII secolo a.C. In questo periodo si assiste alla nascita di insediamenti stabili sia a Savignano sul Panaro che a Castelfranco Emilia. Nella seconda metà dell’VIII secolo si verificano un incremento del popolamento e una prima definizione in senso protourbano dei siti già attivi, mentre - per il VII secolo - Savignano sembra assumere il ruolo di polo di attrazione del popolamento rispetto al territorio circostante.
Le testimonianze funerarie di questi siti ci restituiscono un quadro sociale e culturale conforme al panorama del villanoviano regionale. La documentazione, rappresentata da corredi in gran parte smembrati o dispersi, non consente valutazioni sull’organizzazione topografica delle necropoli; i pochi dati disponibili sembrano riferirsi a due modelli differenti: da un lato il ristretto numero di tombe rinvenute a Savignano – Ca’ Bianca fa pensare a sepolture raggruppate per piccoli nuclei di probabile appartenenza familiare; dall’altro la necropoli del Galoppatoio di Castelfranco Emilia sembra avvicinarsi maggiormente al modello di organizzazione tipico dei grandi centri protourbani etruschi per il più cospicuo numero di tombe.
In prossimità della confluenza del Panaro nel fiume Po si triìovava il sito di di S. Maddalena dei Mosti, in località Bondeno. I rinvenimenti villanoviani sono pertinenti alla sfera funeraria: di notevole importanza sono i frammenti di vasi a diaframma, decorati a stampiglie.
Probabilmente le vie di comunicazione transappenniniche potevano mettere in contatto la valle del Panaro con il distretto pisano, che testimonia, grazie a recenti scavi, una notevole vitalità già a partire dalla prima età del ferro.
Dalla necropoli pisana di Porta a Lucca / via Marche, scavata tra il 2005 e il 2006, viene esposta la tomba 184, con cinerario e ciotola di copertura realizzati appositamente per la deposizione, come emerga dal ripetersi di alcuni motivi della decorazione e dal tipo di impasto ceramico che accomuna i due vasi. I materiali di questa vetrina rispecchiamo i tipici corredi della prima fase del Villanoviano bolognese, a testimonianza della vitalità dei rapporti che intercorrono tra l’Etruria nord-occidentale e il territorio emiliano.
La documentazione archeologica relativa all’età del Ferro nella valle del Reno, è dovuta in gran parte a rinvenimenti ottocenteschi occasionali; costituiti da materiali di carattere prevalentemente funerario, riferibili a tombe isolate o piccoli sepolcreti, che sembrano individuare altrettanti insediamenti diffusi nella valle a partire dall’VIII secolo a.C.. I siti messi in luce rientrano nell’orizzonte culturale del villanoviano bolognese.
Le attestazioni più antiche risalgono alla prima metà dell’VIII sec. a.C. e riguardano tre punti nodali della media valle del Reno: la zona di Casalecchio di Reno, il tratto tra Pontecchio e Sasso Marconi e i dintorni di Marzabotto. Si tratta di piccoli nuclei sepolcrali ai margini del fondovalle che testimoniano la presenza di piccole comunità stabili. La loro dislocazione lungo il corso del fiume, fa pensare a una penetrazione nel territorio della valle, verosimilmente ad opera di Felsina. Ciò avviene in parallelo con quanto accade per la valle del Samoggia; i rinvenimenti di Crespellano e Bazzano indicano, insieme a quelli di Casalecchio, il contemporaneo avvio della frequentazione anche lungo la direttrice pedemontana est-ovest.
Alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. risale l’impianto dell’abitato di Casalecchio di Reno. Situato sulla sinistra del Reno e collocato al suo sbocco in pianura, il villaggio aveva un importante ruolo strategico e produttivo. E’ indubbio infatti il ruolo avuto da Casalecchio come crocevia dei traffici commerciali tra la direttrice proveniente dalla Toscana che seguiva il corso del Reno fino al suo sbocco in pianura e la via pedemontana che dalla preistoria collega trasversalmente la regione.
Nel corso del VII secolo si registra un’intensificazione dei rinvenimenti nel comprensorio casalecchiese, contraddistinta dalla presenza di nuclei sepolcrali di fase orientalizzante con tombe aristocratiche, anche di notevole ricchezza.
In particolare sono esposte alcune tombe della necropoli di Casalecchio di Reno, Via Isonzo. La necropoli si presenta come un insieme, quasi certamente famigliare, di tombe di aristocratici caratterizzate da corredi di grande ricchezza e dalla loro monumentalizzazione mediante la costruzione del tumulo sormontato dalla stele in arenaria o da un segnacolo privo di raffigurazioni.
La complessità delle credenze e dei rituali funerari è testimoniata anche dagli oggetti di corredo della tomba 2. Questa è stata identificata come la tomba del pater familias - il capofamiglia - ed è probabilmente all’origine della monumentalizzazione della necropoli. Essa era segnalata fuori terra da una stele in arenaria. La stele di Casalecchio – della quale si conserva solo il corpo trapezoidale - è un reperto eccezionale sia per il suo ritrovamento in situ, associata a un corredo ben databile, sia per il valore simbolico della sua decorazione, posta nella fascia superiore. Essa è incentrata sull’“albero della vita” – di origine orientale - rappresentato in modo stilizzato al centro della stele, e affiancato ai lati da due cervi che si pasciono delle sue fronde. Se i simboli sulla stele sembrano indicare il defunto come il fondatore della casata, il suo corredo lo identifica come cavaliere. Tra i materiali di corredo sono stati rinvenuti alcuni resti - selezionati all’atto della deposizione – di finimenti equini: una falera di ferro, rivestimenti in lamina delle briglie, un anello passa cinghia, insieme a un ricchissimo corredo che comprende un cospicuo servizio da banchetto.
Il sepolcreto di Pian di Venola rappresenta uno dei nuclei più importanti della media e alta valle, stanziato ai margini occidentali del fondovalle, all’imbocco della via che risalendo il torrente Venola collegava con il Samoggia. La tomba 3, databile alla metà dell’VIII se a.C., presentava un segnacolo funerario in arenaria con decorazione incisa che sormontava la tomba. Il cippo attesta il rango elevato della defunta ed è di un tipo frequentemente attestato nelle necropoli villanoviane emiliane. Unica risulta invece la raffigurazione incisa che rappresenta con uno stile estremamente schematico, una figura femminile vestita di una lunga tunica al di sotto della quale è posto un volatile. La raffigurazione alluderebbe al viaggio della defunta verso l’oltretomba e il volatile, forse un uccello acquatico, sarebbe collegato alla simbologia del carro solare della prima età del Ferro.
Seguendo la valle del Reno, le comunità che costituivano i diretti referenti per i commerci tra i due versanti erano quelle stanziate lungo la valle dell’Arno, nell’area gravitante attorno a Firenze.
Le necropoli di Firenze e di Sesto Fiorentino costituiscono un complesso culturalmente omogeneo, accomunato dalla struttura delle tombe, dal rituale funebre e dalla composizione dei corredi, e sembrano corrispondere a insediamenti sparsi di carattere famigliare, distribuiti su aree appena rilevate rispetto alla piana dell’Arno e sulle alture che ne costituiscono i margini.
Le sepolture erano perlopiù costituite da una fossa scavata nel terreno protetta da una lastra di pietra, al cui interno si trovavano il cinerario contenuto in un dolio, oppure lo stesso dolio usato come cinerario. Nella Tomba 1 di Val di Rose, all’interno del dolio, è stato recuperato esclusivamente un singolare cinerario biconico traforato, coperto da ciotola.

Nella quarta ed ultima sala (Sala del camino) sono esposti i materiali che permettono di ricostruire alcuni aspetti della figura del cavaliere e del cavallo in epoca villanoviana: si tratta degli oggetti relativi alla bardatura equina e riferibili al carro, così come ce le restituiscono i corredi funerari di epoca villanoviana delle valli del Samoggia, del Reno e del Panaro.
Il cavallo ha rappresentato per tutta l’antichità, un compagno indispensabile dell’uomo per diverse attività come la circolazione, il traino di vetture, il trasporto delle merci, gli usi secondari in agricoltura e – non ultimo - l’utilizzo in battaglia e per la caccia.
Il possesso del cavallo era inoltre esibito come segno di distinzione sociale, specie agli inizi dell’età del Ferro quando si andavano differenziando all’interno delle prime comunità protourbane gruppi emergenti per rango, ricchezza e prestigio.
Per quanto riguarda l’ambito etrusco, a partire dall’VIII secolo i corredi funerari rivelano la volontà dei membri emergenti della comunità di distinguere il proprio rango anche a livello funerario con la deposizione accanto al cinerario di oggetti significativi, che per gli uomini sono costituiti soprattutto da parti dell’armamento e da elementi della bardatura equina, in particolare i morsi, e - nelle tombe di più alto livello riferibili a capi - sono presenti resti del carro. Il significato simbolico di tali deposizioni è accentuato dal fatto che anche un numero ristretto di sepolture femminili di alto rango, presenta all’interno del corredo morsi da cavallo o parti di carro.
L’usanza di deporre morsi da cavallo nei corredi va diminuendo dall’inizio del VII secolo, quando l’aristocrazia etrusca esibisce il proprio status non più a livello simbolico quanto con l’ostentazione della ricchezza dei corredi e con la manifestazione dell’ideologia del banchetto importata da modelli esotici.
A Bologna il principale indicatore della presenza di personaggi di rango elevato, che si rappresentano come cavalieri, è costituito dalla deposizione dei morsi equini nelle tombe a partire dagli inizi dell’VIII sec. a.C. Questi sono associati ad altri elementi della bardatura per lo più in bronzo, come gli stimuli (pungoli per spronare il cavallo), le falere (dischi circolari ornamentali), gli anelli da bardatura, occhielli, passanti e guarnizioni delle redini in lamina metallica. Frequentemente i morsi sono privi dei tiranti che li collegavano alle redini o hanno il filetto incompleto, come risultato di un’azione di defunzionalizzazione dell’oggetto. Lo stesso avviene per le armi, raramente attestate nei sepolcreti bolognesi spesso rotte o rese inservibili e rivestite di una forte valenza simbolica.
La rappresentazione del cavallo, a carattere fortemente simbolico, compare su di un particolare tipo di vaso. Si tratta del il vaso gemino, costituito da due bicchieri troncoconici, con ansa sormontante configurata a cavallino, attestato a Bologna sia in tombe maschili che femminili.
La figura del guerriero a cavallo di epoca villanoviana è ricostruibile attraverso i corredi di due sepolture bolognesi d’alto rango (T. 938 del sepolcreto Benacci di Bologna e t. di Ronzano), che presentano armi e finimenti equini in bronzo. Tra le armi compaiono le spade, che sono state defunzionalizzate in antico, e le asce, sia di tipo funzionale, sia di tipo simbolico. Alla bardatura del cavallo vanno riferiti i morsi, gli anelli, i fermagli di vario genere e i pungoli.
Un’altra straordinaria sepoltura di guerriero, non connotata da riferimenti all’uso del cavallo, è la tomba del tumulo di Prato Rosello, ad Artiminio (Prato). Essa consiste in una monumentale tomba a pozzo, dal tumulo B della necropoli, databile intorno alla fine dell’VIII secolo a.C.. Nella tomba era deposto un dolio, coperto da un disco di pietra contenente un cinerario biconico in lamina bronzea. Al suo interno, oltre alle ceneri del defunto, sono stati rinvenuti gli ornamenti che il defunto indossava al momento della deposizione sulla pira e cioè fibule di bronzo e ferro, fermagli d’argento, ornamenti d’oro, elementi decorativi di bronzo. All’esterno del dolio, erano collocati da un lato il ricco vasellame da banchetto, dall’altro le armi, tra cui la spada di ferro con fodero, la lancia con asta in legno, e il pettorale - o kardiophylax - di bronzo.
La struttura monumentale della tomba ed il corredo funebre indicano l’appartenenza del defunto al ceto egemone di quest’area territoriale; in particolare, la presenza delle armi di ferro, presenti sia con la lancia dalla lunga asta, sia con la spada corta, lo identificano come guerriero e come detentore di una forte autorità nei confronti della comunità sociale.
Straordinaria testimonianza dell’uso cerimoniale del carro è il coperchio di pisside proveniente dal pozzo della plateia D di Marzabotto. Tale reperto è stato realizzato a intaglio utilizzando una sezione di zanna di elefante ed è stato ottenuto dalla sapiente giustapposizione a incastro di almeno 5 parti lavorate separatamente. La raffigurazione presenta un gruppo unitario, costituito da un carro tirato da due cavalli, affiancati ai lati da due grossi felini; il protagonista della scena è l’uomo che guida il carro, mentre altri due uomini nudi, posti a fianco di ciascun cavallo, tengono sul collo di questo un braccio mentre con l’altra mano reggono per il collare la fiera. Al centro del gruppo si trova il carro a due ruote e con un solo timone, interpretabile quindi come una biga.
Il protagonista della scena è l’uomo in piedi sul carro, qualificato come personaggio di alto rango per la presenza del carro stesso, della coppia di cavalli, e soprattutto dei due felini di irreale grandezza aggiogati, interpretabili come leoni. La realizzazione della pisside avvenne con tutta probabilità in area chiusina o fiorentina nell’Orientalizzante recente.
L’askòs Benacci, proveniente dalla tomba 525 della necropoli bolognese Benacci, presenta una delle più straordinarie raffigurazioni di guerriero villanoviano, databile alla fine dell’VIII secolo. Il manufatto è a forma di animale con corpo di uccello e testa di toro. Sulla groppa è presente un’ansa che rappresenta una figurina di cavaliere armato di elmo e scudo. Tale raffigurazione plastica doveva senza dubbio sottolineare il ruolo eminente del defunto all’interno della comunità.

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Gen 21st, 2010

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